Coniugi Paecht-Rosenzweig

 

Karl Joseph Paecht, figlio di Adolf Paecht e Sofia Noe è nato in a Cernauti (Impero austro-ungarico, Romania dopo la prima guerra mondiale, Urss dopo la seconda guerra mondiale, oggi Ucraina) il 22 maggio 1888.

Maria Rosenzweig, figlia di Benzion Rosenzweig e Gisella Sinag è nata in Ungheria a Preszmysl nel 1897. Coniugata con Karl Joseph Paecht. Modista. Con Karl Joseph ebbe un figlio nel 1925.

I Paecht si trasferirono a Lubiana, e di lì decisero di cercare rifugio dal nazi-fascismo partirono per cercare di raggiungere la Palestina, anche se alle autorità risultava come destinazione la Tailandia. Quello stesso anno i 304 ebrei in viaggio furono prima internati a Bengasi nel giugno 1940 e poi fatti tornare in Italia.

Documento che certifica l’internamento a Ferramonti

Furono internati nel settembre 1940 nel campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia (CS).

Il 27 agosto il Ministero dispone il trasferimento in provincia de l’Aquila [pacht2-pacht3];

Documento del direttore del campo di Ferramonti

Il 12 settembre 1941 trasferiti a Pescina (AQ).

Il 26 settembre 1941 l’ospedale civile di Pescina certifica le condizioni di salute dei due, riferite nella lettera del 5 ottobre 1941 da Pacht, che chiede di poter fare una visita a L’Aquila per disturbi gastrointestinali e visivi, accompagnato dalla moglie che abbisogna visite oculisitche, e invia il certificato; il medico provinciale esprime parere favorevole il 16 ottobre e invia l’incartamento al Ministero;

 

L’8 ottobre i coniugi chiedono che venga internato con lui il figlio Giorgio Walter, sedicenne rifugiatosi in Francia.

Il 22 ottobre 1941 il Ministero nega l’ingresso nel Regno del figlio.

 

Parere negativo del Ministero al ricongiungimento famigliare

 

Il 22 ottobre Pacht chiede la maggiorazione del sussidio per la moglie:

Perché col sussidio ridotto (lt 12 al giorno -8 lui, 4 lei- + lt 50 per affitto] non riescono a sostenere le spese [e le camere costano a Pescina dalle 100 alle 120 lire), domanda respinta.

Il 27 marzo 1942 l’ospedale civile Rinaldi di Pescina certifica che Pacht e moglie sono affetti il primo da ulcera gastroduodenale e la seconda da reumatismo cronico con insufficienza cardiaca.

La domanda di ripristino del sussidio intero è ripresentata il 20 aprile 1942 sempre da Pescina. In una lettera, Maria spiega l’oscillare del sussidio; da l.8 a testa percepiti a Ferramonti, dove peraltro l’alloggio era senza costi, il sussidio era stato ridotto a lei a 4 lire al giorno, e le era stato tolto il sussidio per l’alloggio nonostante nell’aquilano l’alloggio non fosse incluso e il costo della vita fosse maggiore. Nota Maria come in altri comuni dell’Aquilano le mogli degli internati percepiscono il medesimo sussidio, e fa presente le pessime condizioni di salute che comportano spese medicinali sostenute per cui allega certificati medici; lui è affetto da ulcera pepticale, lei soffre di pleurite, reumatismo articolare, miocardite reumatica, e abbisogna di trattamento dietetico particolare.

Certificato medico dell’Ospedale di Pescina

In una lettera, Maria spiega l’oscillare del sussidio; da l.8 a testa percepiti a Ferramonti, dove peraltro l’alloggio era senza costi, il sussidio era stato ridotto a lei a 4 lire al giorno, e le era stato tolto il sussidio per l’alloggio nonostante nell’aquilano l’alloggio non fosse incluso e il costo della vita fosse maggiore. Nota Maria come in altri comuni dell’Aquilano le mogli degli internati percepiscono il medesimo sussidio, e fa presente le pessime condizioni di salute che comportano spese medicinali sostenute per cui allega certificati medici; lui è affetto da ulcera pepticale, lei soffre di pleurite, reumatismo articolare, miocardite reumatica, e abbisogna di trattamento dietetico particolare. Anche questa volta la domanda è respinta il 2 maggio 1942, con l’aggiunta che se gli internati non riescono a mantenersi col sussidio corrisposto saranno trasferiti a Ferramonti.

Domanda respinta con però possibilità di trasferimento a Ferramonti

Il 24 ottobre 1942 la casa di cura annessa all’ospedale Rinaldi di Pescina certifica che Maria è affetta da reumatismo cronico poliartritico e lieve insufficienza cardiaca, e consiglia trasferimento in zona a clima caldo-asciutto o marino.

Certificato dell’Ospedale di Pescina

 

Il 24 ottobre 1942 Pacht scrive al Ministero allegando certificato medico per chiede il trasferimento in zona a clima caldo-asciutto o marino. Il medico provinciale esprime parere favorevole e lo acclude alla domanda il 7 novembre 1942. Sempre il 7 novembre la prefettura de l’Aquila trasmette al ministero l’istanza.

Il 15 dicembre 1942 l’ospedale civile di Pescina certifica le condizioni di Maria e di Pacht suggerendo il trasferimento a località dal clima marittimo.

Il 17 dicembre 1942 vengono trasferiti in provincia di Pesaro, poi a Sant’Angelo in Vado il 20 dicembre.

Certificati medici dei coniugi

 

Il 10 agosto 1942 la società di trasporti Julia-Intertrans scrive di 10 colli (8 casse peso totale 826 kg, più 2 bauli da 160 kg, totale 986 kg) rimasti nei loro depositi per conto di Pacht e signora, al momento internato a Pescina; il ministero delle finanze aveva autorizzato lo svincolo in franchigia doganale, ma è necessaria la presenza del proprietario.

Il 20 agosto Pacht invia tramite Prefettura una richiesta al ministero dell’Interno per recarsi con la moglie a ritirare i colli.

Il 6 ottobre ’42 la Prefettura di Trieste dà parere contrario perché i colli sono già stati sdoganati da correligionari, che quindi potrebbero anche venderli.

Il 15 ottobre 1942 la domanda è respinta. Il 21 dicembre scrive Maria al Ministero chiedendo di potersi recare lei a compiere la vendita.

Il 22 gennaio 1943 la Prefettura di Trieste autorizza il permesso di 15 giorni di licenza solo per la moglie, non ritenendo necessaria la presenza di Pacht. Il ministero autorizza il 15 febbraio e lo comunica il 18 febbraio.

Il 15 marzo 1943 il Podestà autorizza Volpi Giuseppe ad accompagnare Maria a Urbino per una visita.

 

Il 22 marzo 1943 dato il peggioramento delle condizioni di salute Pacht chiede un sussidio supplementare per ambedue.

Sempre il 22 marzo 1943 Pacht chiede di poter accompagnare la moglie, che si è ammalata di peritonite, a Trieste, perché nel soggiorno a Trieste si sarebbe operata.

Il 25 marzo 1943 l’ospedale civile San Paolo di Sant’Angelo certifica le condizioni della signora Maria.

L’8 maggio 1943 verificato che i coniugi non hanno precedenti la prefettura di Trieste autorizza anche Pacht ad accompagnare la moglie.

Il 21 maggio 1943 il medico provinciale di Pesaro-Urbino chiede l’incremento del sussidio alimentare di l.2 per mesi 3 cadauno,e rileva come il clima di S. Angelo sia idoneo alle loro condizioni di salute.

La prefettura di Pesaro e Urbino autorizza entrambi il 14 giugno 1943

 

Il 1 luglio la Prefettura di Trieste emette il foglio di via per Pesaro indicando che i due non hanno dato luogo a rilievi di sorta.

 

Riuscirono a evitare gli arresti nella retata del tre dicembre 1943 volta a catturare gli ebrei presenti nella provincia di Pesaro, ma furono fermati il giorno dopo e, viste le cattive condizioni di salute di Paecht, furono mandati agli arresti domiciliari e poi riassegnati all’internamento a Sant’Angelo in Vado, dove risiedevano in tutto una ventina di ebrei internati presso case di privati. I Pacht, come riporta Maria in una lettera al figlio, furono internati a Comeriziolo, in un podere a 6 km da Sant’Angelo.Da inizio marzo 1944 si resero irreperibili e da maggio ad agosto vissero nel podere di Annibale e Augusta Bigini, nei pressi di Sant’Angelo in Vado. L’8 agosto si diffuse attraverso la radio nazionale in paese la notizia di un imminente rastrellamento, grazie anche all’aiuto di Maria Storti, ragazza di Sant’Angelo che ospitava due internati medici ebrei, venne organizzata una fuga; gli ebrei furono tutti condotti a Pieve dei Graticcioli, dove furono ospitati da don Augusto Giombini, che già in passato aveva ospitato partigiani e renitenti alla leva. Le forze dell’ordine organizzarono una spedizione notturna di ricerca; all’arrivo della polizia, in molti fuggirono nei boschi, mentre altri, demoralizzati dalle continue fughe, si lasciarono arrestare. Fu così per i coniugi Pacht. Dell’episodio si trova puntuale riscontro nel telegramma alla questura di Pesaro che così recita: “internati ebrei cui telegramma ieri stati rintracciati questa notte territorio Mercatello da militari arma locale”

Maria Rosenzweig e Karl Paecht finiranno nelle carceri di Urbania e nel locale ospedale, e di lì, il 12 agosto, trasferiti al carcere di Forlì. Il 13 vengono tradotti nottetempo a Forlì in autocarro. Karl Joseph venne fucilato il 5 settembre 1944 (Maria scrive al figlio che il padre è stato portato via il 5 settembre sera con altri otto ebrei a lavorare in Germania). Maria viene fucilata insieme alle altre donne il 17 settembre.

Traduzione della lettera scritta da Maria, al figlio Giorgio (a cui si fa riferimento nella dichiarazione della madre superiora Pierina Silvstri, suora delle carceri civili di Forlì).

Carcere Civile
Forlì, 13 settembre, 1944

Carissimo Giorgio, mio solo tesoro,

oggi è un mese che sono arrivata qui. La disgrazia avvenne l’otto agosto nel pomeriggio. Eravamo a Comeriziolo, in un podere a circa sei km da Sant’Angelo, in cui eravamo rimasti come sfollati per sei settimane, quando sette soldati tedeschi armati della polizia, ci hanno fatto prigionieri. Ci hanno perquisito i bauli, togliendoci tutti i documenti, le lettere, ecc. Poi ci hanno portato ad Urbania, vicino a Sant’Angelo, dove siamo stati detenuti dalla polizia fino al 12 agosto.

Siamo arrivati qui la mattina del 13 agosto, dopo una notte intera di viaggio su un autocarro. Il tuo povero padre fu portato via il cinque, di sera, con altri otto ebrei a lavorare in Germania.

Giorgio carissimo, fino a quando tuo padre era qui potevo almeno vederlo tra le sbarre guardando dalla finestra. La vera tragedia comincia quando sono rimasta qui sola, con il cuore straziato dalla pena e dalla tortura, al pensiero della fine che potrebbe aver fatto il tuo povero padre e di ciò che accadrà a me. Ci sono sette di noi qui, tutte ebree, che aspettano di essere portate via in ogni momento.

Ti sto dando tutte queste informazioni, caro Giorgio, cosicché quando la guerra sarà finita conoscerai tutti i dettagli necessari per rintracciarci o per sapere cosa ne è stato di noi.

La polizia ci ha consegnato al QG delle SS tedesche, noi ora dipendiamo da loro.

Tutte le proprietà di valore che avevamo addosso ci sono state confiscate, a tuo padre hanno preso 1370 lire e 1000 lire a me. Ci hanno tolto anche gli anelli nuziali, che noi tenevamo come sacri e come i simboli della nostra unione matrimoniale. Hanno portato via anche la sveglia che ci avevi regalato. Mi hanno lasciato una lira cosicché ho potuto comprare della frutta.

Ho aiutato tuo padre con la frutta per quanto ho potuto, ma ora, caro figlio, tuo padre è senza un soldo. Non ha né mezzi né vestiti invernali. Preghiamo solo Dio giorno e notte che ci aiuti e ci faccia ritrovare tutti insieme. Che Dio ci aiuti presto e ci salvi. Le cose sono molto tristi per noi; il mio solo desiderio ora è quello di salvare la mia vita e di trovare tuo padre sano e salvo e te carissimo figlio.

Se sarà desiderio di Dio quello di non salvarci, mio carissimo Giorgio, sarò felice se un giorno potrai venire a Sant’Angelo in Vado a trovare la nostra cara padrona di casa, insegnante, Signorina Wilma Clementi, via Zuccari n. 18. Questo spirito nobile e sua sorella Edda, sono state molto gentili con noi; ci hanno sempre aiutato e ci sono state vicine nei momenti di sconforto.

In quest’ora così grave il mio spirito è con loro e con i loro figli, e pure con il marito di Edda, Carlo. Il mio cuore è pieno di gratitudine e salute. Con Wilma sono rimaste tre scatole piene di nostre proprietà, magari è riuscita a salvare qualcosa. Forse è riuscita a tenersi le mie due pellicce, una macchina da scrivere Olivetti, un po’ di argenteria e della biancheria. Tutte le altre cose ci sono state tolte dai tedeschi, e dopo l’arresto ci è stato preso tutto quello che avevamo addosso.

A Camerigiolo, l’ultimo posto dove abbiamo alloggiato, i padroni di casa, Annibale e Augusta Bigini, erano nostri amici. Magari riuscirai a trovare anche loro a Sant’Angelo in Vado, a casa loro in piazza Garibaldi. Erano presenti quando ci hanno portato via. Ho consegnato alla Signora Augusta una scatola che ci era stata spedita da G. B. il cugino di tuo padre. Forse questa scatola è stata tenuta per te. Il Signor Annibale teneva i nostri due bauli nel suo armadio. Uno era pieno di vestiti, mentre nell’altro c’era della biancheria.

Vedrai se questi oggetti sono ancora là. Non troverai il secondo baule con i vestiti e gli oggetti di valore e neppure la borsa grande con la biancheria da letto poiché erano nel rifugio dove vivevamo. Ma troverai sicuramente tutto quello che Wilma è riuscita a tenere per te, a casa sua.

Mentre ero qui, in prigione ho consegnato due fotografie alla sorella Valeriana che con me è stata come una madre. Le fotografie sono tue, di quando eri bambino; le ho consegnato anche un diario su di te del 1925, scritto da me. Le ho dato anche una penna stilografica, un regalo che mi fece tuo padre nel 1938, una comune collana di corallo, e altre tre spille. Tieni queste cose caro Giorgio, come le ultime cose di tua madre e come ultimo saluto.

Se Dio vuole, tutto potrebbe ancora finire bene, e noi potremo ancora ritrovarci tutti insieme ed essere felici. Chiedo a Dio con tutto il mio cuore e il mio spirito questa grazia. Sono molto modesta adesso, Giorgio. Non penso a cose terrene, il mio solo pensiero è quello di ritrovare tuo padre e di poter stare ancora con te. Se Dio mi farà questa grazia sarò felice con quel poco che possiedo.

Non chiedo nient’altro, carissimo Giorgio, e spero che tu sia in buona salute e in buone condizioni. L’ultima volta che abbiamo ricevuto tue notizie è stato con il telegramma del 19 agosto ’43; il giorno del mio compleanno. Tutte le altre lettere dal luglio ’44 al dicembre ’43, ci sono state rispedite nel ’44 con un francobollo che diceva “servizio sospeso”. Abbiamo spedito alcuni messaggi attraverso la Croce Rossa. Non sappiamo cosa tu stia facendo né dove tu sia al momento, carissimo figlio.

Spero che tu sia in grande di studiare come hai sempre desiderato, carissimo Giorgio. Quando eri piccolo sei sempre stato la mia gioia e il solo scopo della mia vita. È stato il volere di Dio che ci separassimo quando eri ancora un bambino, a soli 14 anni. Sono passati più di sei anni da quando ci siamo separati. In questi anni sarai cresciuto molto, figlio mio; avrai anche sofferto, caro. Quanto sto aspettando ed ho aspettato il giorno in cui ti potrò riabbracciare.

Adesso, mentre scrivo questa lettera, e credo che il buon Dio ci farà la grazia, mi faccio coraggio e paziento. Giorgio, caro, immagino che tu sia un uomo buono e bello; come vorrei poterti vedere, forte, coraggioso e capace di crearti una vita indipendente. Vorrei vederti sposato ad una brava ragazza che sia in grado di darti la felicità che desideri. Vorrei poter vedere i tuoi figli; mi piacerebbe avere un nipotino mio.

Dio, fammi la grazia di riuscire a vivere per te e per tuo padre. Sii buono mio caro figlio e moderato in tutto. Non chiedere troppo dalla vita. Se sarai abbastanza fortunato di vivere nell’abbondanza, pensa sempre a coloro che sono poveri e sfortunati. La fortuna va e viene, così […]

Stamane ci portano via. Non so dove, forse a lavorare da qualche parte. Spero di rivederti presto, mio caro Giorgio. Ti abbraccio forte.

Tua mamma